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sabato 13 aprile 2013

FRATELLO SOLE


Fratello Sole, I love you.


Dalla mattina le nuvole grigie riempiono il cielo e la stanza.
Ti alzi, guardi fuori dalla finestra e la richiudi.
Inizi la routine di ogni giorno.
Fai questo e fai quello. Automaticamente.
Ma pure quell’altro e quell’uno. In fretta e anche lentamente.
Non ti accorgi che il tempo passa. Plumbeo, è senza colore.





Ed è già pomeriggio.
Beh… Poi ti siedi sul divano. Sei un po’ pensierosa. Accendi il fuoco. Calore… E colore… E rumore…





Apri il libro e leggi un pochino. Poi alzi la testa e fissi un punto.

E arriva un raggio di sole.
Dalla finestra.
Ti inonda tutta.
Ma come? Che succede?

Ti svegli…
Tutto si illumina. I colori riemergono. Strillanti di luce si sciolgono nell’impetuoso riverbero di quel raggio che nulla può fermare.
Fin vacui, uccisi dalla prepotenza luminosa.
E d’improvviso sorridi. E ti accorgi che è la prima volta quel giorno.
Te ne accorgi, perchè senti che qualcosa dentro di te si smuove.
Quella tristezza che non pensavi di avere, quella cupezza svanisce.

Chè è tutto qui?
Chè forse basta un raggio di sole?

Ah, la pochezza della vita, che rivela la sua misteriosa meraviglia.


sabato 28 luglio 2012

ALLA FERMATA DEL TRENO


Buongiorno Concita Bangbang!
Ti vedo. Ti immagino.
Oggi sei in una di quelle stazioni impolverate dei film western. Quelle in mezzo al niente, dove passa un treno al giorno.
Sei bella ed elegante, anche nel tuo pantalone sdrucito e nella maglietta sudata. E' bianca e anche se un po' vissuta, fa intuire che è nuova e che era stata stirata bene. La pelle del tuo viso è navigata, rugosetta, ma brillante, viva. Sei abbronzata e questo fa risaltare i tuoi denti bianchi.
Sei una donna sana.
Al collo risplende il tuo ciondolino, quello della mamma. Unico gioiello sopra di te.
Ti dà quel tocco di tradizione, di persona con un certo stile.


Osservi il trascorrere del tempo. Sei seduta su una panchina da un po', le mani appoggiate sul grembo e il tuo immancabile sorriso. Discreto e rilassato.
Spesso te ne vai lì. Ti piace fare la spettatrice, osservare l'agitazione degli altri.
Il momento clou è quando arriva il treno. Sempre scendono bambini saltellanti. Si rincorrono. Si fanno dispetti complici.

Menti vergini, che devono ancora imparare la vita. Spesso inciampano maldestri e cercano la mamma, il papà. I genitori che ci sono. E che sono presenti per quel che possono. Un po' stanchi, indaffarati. Coscienti. Consapevoli del loro ruolo.
Hanno valigie, carrozzine, marsupi. Il libro che parla di ecologia. Hanno abiti in sintonia con l'ecosistema. Si sono documentati e sono coerenti. Forse sono anche vegetariani. Poveretti: un gran da fare per far parte di questa vita.
Perché si illudono che si debba far così e cosà. Perché si realizzano se decidono di essere in un modo o nell'altro.
Ma anche per loro il tempo passa. Inesorabile. Cadenzato. Tic, tac. Tic, tac.
Concita li guardi e non capisci. Ma che arroganza, che ottusità. "Io sono migliore" sembra vogliano urlare. E palesano le loro scelte il più possibile.

Scuoti la testa. Purtroppo anche loro arriveranno a quella panchina nella stazione.
Perché ci arrivano tutti.
Anche i vegetariani.
Che festa quando arriva il treno. Tutta la stazione si vivacizza.
Si riempie di persone che si danno da fare. Che seguono tracce preimpostate, preordinate. E c'è un via vai di coscienze che vogliono e desiderano e devono e dovrebbero.
Per poi sparire nei loro impegni e lasciare di nuovo il proscenio al silenzio.







Allora vince il sole che batte implacabile e rende l'atmosfera surreale.
Con i grilli che cantano forte forte.
















Concita si alza e va verso casa.
Tranquilla.
Ha tante cose da fare. Tante? Hahahahaha. Tantissime.
E quindi forse farà un po' di giardinaggio. Ma forse.
Forse leggerà un libro. Ma forse...
Ma forse...


mercoledì 18 gennaio 2012

LA VITA E' UNO STATO MENTALE - L'importante è accorgersene


Perché la nostra mente elabora. Lavora, lavora, lavora.
E a volte inventa quello che non c'è.
O travisa la "realtà". Ma quale realtà?
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Potrei fare il giardiniere.

"Fare in modo che quei colori e quel profumo siano la mia vita nuova.
(.......)
Perché non so spiegare.
(.......)
Proverò così a cambiare la mia vita.
(.......)
Riconoscere i bisogni dai fasulli, che son tanti e sono così prepotenti.
Ma mi vedi in mezzo a questi fiori
Ho ricominciato a vivere a colori
Ma i più belli forse sono dentro al cuore
Che vi posso raccontare e condividerli con te
E a me piace più di prima la mia vita
Perché ridimensionata si è pulita
Come questa pianta e questi fiori nuovi che profumano la sera
E che danno un senso nuovo
Danno un senso che non c'era..." (F.Concato)




O il Presidente.

"Sicurezza, tranquillità e un meritato riposo.
Tutti gli scopi che ho perseguito
presto li avrò raggiunti.
La vita .... è uno stato mentale." (Oltre Il Giardino-film-scena finale)




E forse smetterla di preoccuparmi di quello che mi "sembra di vedere".

E che quindi SEMBRA.
E che quindi NON E'.
Non "E'" mai.
Hehehehehehehe: la realtà è la nostra immaginazione.

E' COME LA VEDIAMO. In quel momento, a quell'ora, con quella luce e nelle condizioni mentali in cui si è in quell'attimo.

E allora camminiamo sull'acqua.



E sprofondiamo quell'ombrello nel vuoto.

Perché si può...

E....

S-cic, s-ciac. S-cic, s-ciac. Camminiamo e andiamo.



Qualcosa accadrà.


giovedì 5 maggio 2011

LA MANO DELLA MAMMA - E la solita ricerca di quel sentiero pieno di luce....

Un giorno la mamma tolse la mano dalla sua.
Via. La staccò. Con un sorriso, forse. O semplicemente così.
Ma questo semplicissimo gesto, istintivo, fisiologico, senza nessun secondo fine… fu assolutamente DISASTROSO.
Patatrac!

Caspita… Trasformò tutto. Fu da allora che per lei niente rimase più come prima.
Forse la dolce bimba-ragazza-donna non era preparata.
Iniziò ad aggrapparsi a tutto.
A questo “tutto” che però fu massacrante tanto quanto non averla (la mano della mamma). Sì, si era sempre trovata male… Gli altri appoggi le scivolavano via.
Vuvuvooooooooom.
E mai niente cambiava. Per anni e anni. Che furono pieni di tentativi teneri e tragici e che ormai erano diventati una costante.
Sino ad arrivare a oggi.
La bella bimba cresciuta ormai ha preso atto che quelle prove non funzionano. Si trova a dover prendere delle decisioni.
Può perseverare nel cercare quel che non c'è più e fare finta di niente. Ma ormai risulterebbe ridicola anche a se stessa.
Oppure iniziare ad andare da sola.
La risposta sorge spontanea.
Però le fa paura quella strada da intraprendere, quella su cui muovere i primi passi da sola. La spaventa, anche se è oggettivamente bella.
Ah sì, sì! Niente da fare. Senza ombra di dubbio preferisce ancora il grembo materno…. Ma quello non c’è più…

Ma ci prova: quattro passi… E si ferma.
Mannaggia a chi potersi attaccare??? Vanno bene tutti… Anche se scivolosi…
E ripensa al suo uomo. Naaaaaaaaaaaaa. Non va bene.
Ai fratelli……… Hahahahahahaha. Men che meno.

Ancora altri passi.
E si guarda indietro.
E non c’è più niente…. Non c’è più nessuno!
Panico.

E se la soluzione fosse attaccarsi alla mano di Dio?
Mamma mia. Non ce la fa. L’atto di fede è difficile da affrontare. Da superare. Da accettare.

Basta allora. Stop!

Si cambia rotta. Si entra nel villaggio dell’inutile.
E si fischietta, trallallà. Si canta e si balla.
Yupppieeee…


Ahimè si fa finta di niente.
Però una vocina dentro si fa sempre strada e bisbiglia: “Stai vivendo una vita borderline… Bimba, ehi. Sveglia! Stai vivendo alla giornata. Guarda che là in fondo c’e’ il burrone…”.

Trallallà, trallallà.

Ma la bimba alla sera si ferma. Si deve fermare. E’ buio. E’ notte.
Deve andare a letto.
Non può fare più il trallallà.
Il silenzio la immobilizza ed è allora che il peso del nulla la schiaccia. Di nuovo…

Ma lei è furba e chiude gli occhi velocemente.
Così il sonno arriva in fretta. E si addormenta. Tutte le nuvolacce nere, i fantasmi scompaiono di nuovo.
Zzzzzzzzzzzzzzzzz.
E al risveglio, gli occhi si sbarrano. Aiuto.
Ma lei lo sa che è solo questione di un momento.
Perchè scuote la testa, si alza e ce la fa.
Inizia ancora.
Riprende imperterrita con il suo nuovo stupido inutile trallallare……….
Se la si osserva bene, però… Si vede che i suoi occhi cercano di voltarsi.
Sbirciano là in fondo dove c’è quella stradetta piena di luce….


lunedì 21 febbraio 2011

E RESPIRARE (parte II)


Non era vero che era felice.
In realtà aveva la morte nel cuore.
Ed era perchè lei nonostante la sua leggiadria si ritrovava sempre allo stesso punto.
La sua vita era fatta di interminabili cerchi.
Ogni volta che iniziava a camminare immancabilmente succedevano le stesse cose.
Dopo un inizio travolgente, pian pianino si ritrovava ad aver a che fare con il suo già vissuto.
Ommamma, non sarà la stessa pianta dell'altra volta??
Ommioddio nooooo. Lo stesso palazzo.
E da lì il terrore. Il terrore di chi sa che sta per arrivare di nuovo.
Abbassa la testa. Chiude gli occhi e non lo vuole vedere.
Ma lui è lì.
Davanti a lei.
Il solito muro...
Già, già! Maledetto. Tutto finiva sempre lì.
Davanti a quel muro.
E disperatamente quel muro ogni volta diventava sempre più brutto.
Si sgretolava pian, pianino. Con qualche scritta malefica in più. Qualche ti amo in più. Con un po' più di scrostamenti, man a mano sempre più vistosi.
E lei di fronte a lui.
Che lo guardava e gli diceva... Vatteneaffanculo! Io riparto.
Ma quella volta era stanca. Disillusa.
Va bene andarsene. E vedere prati verdi, città bellissime, ascoltare persone sapienti. Arricchirsi. Ma per cosa?
Per ritrovarsi davanti a quel maledetto muro?
Le sembrava di essere in uno di quei giochi rompicapo dove si deve scoprire la via di uscita e ci si deve ingegnare per trovarla.
Niente scoraggiamenti però. La spinta verso la ricerca era stata ed era sempre forte.
Ma ora era stanca.
Stanca di quel muro. Ma chi glielo aveva costruito?
Lei stessa?
Che dovesse prendere una piccozza e abbatterlo?
Che dovesse prendere una scala e superarlo?
O continuare a voltargli le spalle e intraprendere una strada nuova?
Aveva sempre fatto così.
Alla ricerca di una viuzzina bella e tranquilla. Che la portasse in quel posto bello.
Quello pieno di sole e di farfalline. Con le altalene e i bimbi che giocano.
Dove suona una campana che richiama a mangiare tutti su quel bel tavolone di legno.
Colmo di ogni bene.
Dove un gruppo di ragazzi se ne sta tranquillo su un prato ad ascoltare una chitarra suonare.
Dove distendersi e chiudere gli occhi.
E respirare....

giovedì 20 gennaio 2011

EPPURE IL SUO SGUARDO ERA GIOIOSO




Quella donna camminava e camminava.
Senza sosta.
Era vecchia, stracciata, le scarpacce consumate. I capelli grigio bianchi, stupidi e arruffati. Una donna che non interessava più a nessuno.
Eppure il suo sguardo era gioioso dentro a quegli occhi stanchi. La sua camminata era sbarazzina, mossa da quelle gambe nodose, fragili e caduche.

Non aveva più una meta. Era già molto tempo che vagava per strade sconosciute. Poche le soste. Dormire e mangiare. Per il resto tutto il suo vivere era in quel moto perenne.
E sorrideva sempre. Non ce ne si poteva accorgere. Solo un occhio sopraffino lo poteva notare. Il viso era troppo sporco, troppo rugoso. Confondeva. Ma per lei era sempre stato così. Per lei da sempre tutto era sempre stato bello. Tutti sempre buoni. In ogni caso. In ogni situazione.
Ed era così anche ora. In questo suo peregrinare. Dove non esisteva più niente se non l'attesa della morte. Dove ormai non possedeva più nulla, se non ricordi, memorie passate. Ma era così. Lei era felice.
In fondo quella vita sghemba le era passata in un battibaleno.
Nascita, crescita, studi, primi amori, matrimonio, figli, lavori, pruriti, amanti, separazione, povertà, teste di cazzo, nuovo marito, nipoti, menopausa. Vecchiaia. Tutto in un attimo.

Ciao vita mia. Sei bellissima, ma inutile. Peccato. Mai ti lascerei, ma non trovo ragioni valide abbastanza che mi portino a pensare il contrario.
Mi diverti e accetto di giocare con te. Ma non prendermi per il chiulo.
Non servi a niente.
Sgnonf!