giovedì 16 ottobre 2014

LA LEGGEREZZA DELLA FELICITÀ

           

Pierre Auguste Renoir Sleeping Bather 

    Perché la mattina capita che ti svegli e il buonumore ti pervade.
La luce che sbircia dalla finestra ti fa capire che sta arrivando il giorno ed è rassicurante,
il calduccio del letto è protettivo e rilassante,
il sapere che non si ha fretta e che quindi si possono chiudere gli occhi ancora per un momento, mantiene rilassate le membra,
Botero – Ballerina
l’udire gli uccellini che cinguettano felici ti fa venir voglia di darti da fare,
l’intuire che i tuoi cani ti stanno aspettando per coccolarti ti fa tenerezza.

È come se tutti intorno a te sorridessero:
dalla sedia, al camino, alla porta, alla strada, al giardino…

E tu ti muovi e vivi intorno a loro.
Ti senti morbida, cammini come danzando, regali sorrisi a chiunque ti circondi.
In un’atmosfera calda, rallentata, semplice.
E ti doni: regali il tuo calore, la tua serenità, la tua gioia pastosa.

E io ho scoperto che la mia vita è per la maggior parte del tempo proprio così. Ma l’ho intuito soltanto il giorno in cui sono uscita dal buio dell'indifferenza verso la vita.
Van Gogh – Sien, seduta su una cesta, con una ragazza
Dove non vivevo e non guardavo.
Non incontravo fiorellini gioiosi e niente brillava.
Dove tutto era opaco.


Il perché non lo so. Forse succede e basta. Col vivere, si entra e si esce nella luce e nel buio.


giovedì 23 gennaio 2014

LA LETTERINA

Quella busta sopra il comò porta la scritta:
Da leggere “…dopo”.


È stata aperta, si vede. Perché Chetto infatti è disteso nel letto. È bianco, è freddo, è immobile. Sì, è morto, è nel “… dopo”!

Chissà cosa ha pensato scrivendola, chissà se ha immaginato tutto questo.

Forse anche no, perché sono pensieri che si preferisce non vivere da ancora vivi.

E quella busta sopra il comò è nel corridoio. E vede passare tutti, è testimone degli eventi di questo “dopo”. E passa Simona con Raffaella, la cugina della vita. Che gioia vederla con la sua mamma, la zia Lella, che è sempre bella, perché poi fa anche la rima. Tutti i cugini, perché arriva Aurelia, con Machi e il Luca, che non se ne vuole più andare e lo devono spingere fuori dalla porta. Non vuole “staccare”, non vuole “mollarli”.

Ma chi li vuole mollare più?

Sono così belli tutti insieme.

E la Mimma che pacata, silenziosa, attenta passa da una stanza all’altra per vedere se tutto è a posto. Per salutare gli amici di sempre che sono accorsi numerosi, col cuore in mano e le lacrime trattenute per lei e per il Chetto a loro tanto tanto caro.


Perché poi c’è quel divano in sala che è sempre pieno di gente e c’è il telefono che squilla in continuazione.



“Cosa rispondo? “– “Scrivi: -Un abbraccio, grazie- che va bene!”.

“Era Luca al telefono… Mi ha raccontato tutta la sua vita. Che carino…”

La Manu sembra distratta a destra e a sinistra dalle mille cose, ma non perde di vista la sua mamma. Che stia bene, che non molli. Ogni tanto “grugnisce”, quando subodora intorno a sé la superficialità. Imperterrita combatte questa partita persa in partenza, ma non demorde: non li sopporta gli arroganti. E si vede!

La Chiara, così bella, così “mamma” dolce, così “cara”. Quanto cuore in quella giovane donnina, quanta saggezza bella… Con la sua Bianchina: è lì anche lei, con i suoi sorrisissimi e il suo immacolato argento vivo.

E Filippo grande, alto, forte. Con le sue mani così protettive. Che appena ha potuto le ha appoggiate sulla schiena della Manu. “Sono qui, stai tranquilla, mamma.”… Sembra proprio che parlino.

Alice con quegli occhi intelligentissimi, che osservano e sorridono. Che sanno che lì sono al sicuro. Lì in quella bella famiglia. Pronta a uccidere, chiunque la attacchi…

Simona che sdrammatizza ogni momento cruciale. Consola, risolve, parla nei momenti di mutismo. Col suo Alberto, nel suo silenzio presentissimo, con le sue pochissime parole, ma basilari.

La Camillina che tutto risolve e la dolcissima Ita, dallo sguardo buono.

Ma che bella famiglia, ma che bella unione.

E mano a mano che il tempo passa quella letterina sul comò è sempre più luminosa. A guardarla bene sembra persino sorridere.

In mezzo alle tante lacrime sa benissimo che nel cuore di ogni componente della sua bella famiglia, lui, il Chetto, ha lasciato un segno incancellabile.

Lui, depositario unico e impagabile di una dirittura morale esemplare, li ha cresciuti dritti e sani.

In una famiglia tutta (quasi) al femminile, Chetto unico rappresentante maschile è bastato e anche avanzato.






Che bell’esempio maschile ha lasciato in eredità.


Sta arrivando l’impresa. Fra poco lo portano via.

La letterina si stropiccia per un momento.


Ma passa qualcuno di loro e senza troppo pensare la risistema, la ridistende quasi con una carezza.



La letterina si rasserena e ritorna a risplendere.
È tranquilla ora.
Sa che loro non saranno mai soli!




venerdì 17 maggio 2013

VADO ALLA MOSTRA E POI ROY LICHTENSTEIN





Roy Lichtenstein
On the way
Cielo bigio, nuvolini e nuvoloni. Bianche (quelle tenere), grigie (mmmm…) e nere. Sin cattive.
Qualche goccia inizia a cadere e si alza pure il vento. Brrr… Fa anche freddo. Accelero il passo, per evitare di aprire l’ombrello, che è nella borsa zainetto sulle spalle. Niente da fare.
Londra non perdona. Sole caldo e tempaccio nella stessa giornata. Neppure il mese di maggio dà la possibilità di avere un weather stabile. Niente da fare.

Guardo intorno alla ricerca di un sostegno psicologico. Ma gli inglesi non aprono l’ombrello. Loro sanno che in genere la loro pioggia è breve. E poi è strana. Non bagna così tanto come le altre. Sarà per il vento che soffia sempre: yes, porta via le gocce.
Ma io cedo e mi riparo sotto quel similombrellino cinese che trema a ogni folata. E vado.
Prima di recarmi alla Tate Modern però mi fermo in cattedrale. St. Paul mi aspetta quando vado là. Immensa nel suo stile barocco, lascia senza parole, proprio come tutte queste opere immortali.
Millennium Bridge

Ed è un’esperienza senza prezzo avviarsi da lì sul Millennium Bridge, che porta all’altra sponda del Tamigi. Corri, cammini, osservi e ti fermi. Ti senti grande bello e importante mentre ci passi sopra. È luccicante (è di acciaio) e imponente. E guardi giù le barchette e le ondine dell’antico e anche scherzoso Tamigi. Loro si osservano, complici. The River Thames ne ha da raccontare.

Roy Lichtenstein
Alla Tate
La Tate Gallery in questi giorni e fino al 27 maggio 2013 ospita le opere dell’americano Roy Lichtenstein, “l’artista del fumetto”, precursore della Pop Art.
Arrivo, entro e ...mi illumino d’immenso!
“Era un uomo felice. Sorrideva sempre”. Queste le parole di un suo caro amico alla richiesta di farne una breve descrizione.
E in effetti una sua serenità mista a umorismo traspare in tutte le sue opere. Saranno i colori, il contenuto delle didascalie nelle nuvolette (i balloons), il Mickey (Mouse) che saltella su un molo a farci sorridere. Sembra voler prendere in giro Roy Lichtenstein, ma bonariamente e seriamente. Con impegno e profondità. Infatti la direttrice della mostra, Sheena Wagstaff, lo descrive come un artista che dietro un’apparente superficialità nasconde uno studio molto accurato della cultura popolare. La sua ricerca di voler essere unico in un’epoca di riproduzione di massa è fondamentale.
I fumetti
La maggior parte dei suoi quadri riproduce fumetti ed è per quello che è ricordato. Ma non solo. La maggior parte è ripresa da fumetti veri, quelli di un tal Steve Roper, firmati Saunders & Overgard.
Steve Roper

Il "Whamm" di Roy Lichtenstein
La tecnica
Era ebreo, era ordinatissimo e anche molto molto preciso.
Basti vedere i suoi quadri: sono "a pois", detti ‘Ben-Day dot' (il “puntinato”?), che sono una sua invenzione. Questo suo stile di pittura ne ha fatto un degnissimo rappresentante della Pop Art. Con tutti quei pallini così precisi da lasciar esterrefatti. Lui ci lavorava così assiduamente perché voleva che sembrassero finti e infatti a prima vista sembrano a stampa industriale.
Il ‘Ben-Day dot'

Lichtenstein aveva trovato la fama con una mostra alla Castelli Gallery nel 1962 e per molto tempo aveva insegnato arte.
The Artist Studio
Se ne è andato nel 1997 di una morte improvvisa, di polmonite a 73 anni, dopo un vita dedicata alle sue opere. Viveva per esse e appena riusciva, si rintanava nel suo studio.
Il suo studio
Quello studio che si trova spesso rappresentato nei suoi dipinti (The Artist Studio) e che ha tutto tranne che del tipico gabinetto di colori. Si vedono un divano, dei vasi e i suoi dipinti. Quindi una rappresentazione di un salotto. Un salotto a rappresentarne l’accoglienza. Per se stesso e per gli altri.

Il paragone con Warhol
Guai paragonarlo a Andy Warhol, anche se a prima vista lo ricorda tantissimo. Usano metodi completamente diversi.
Le sue opere
Le opere sono 130 circa, fra i suoi più famosi e riconoscibili dipinti come il “Whamm” e il Look Mickey”, 
ma non mancano le sculture di ceramica e di ottone, i disegni, i collage e i dipinti meno noti, come i nudi e i paesaggi ispirati alla Cina degli ultimi anni.
Bellissima anche la sua stanza degli specchi e divertentissime le copie di Picasso, Matisse, Monet, Ce’zanne, Le’ger, Marc, Mondrian, Dali’, Carrà.
Sembra un artista “facile” da capire e per questo forse che è tra i miei preferiti.
Non a caso il suo The Artist Studio (una riproduzione purtroppo) è stata all’entrata di casa mia per ben 20 e passa anni.
The Artist Studio - Via Mola 4 Como

Bellissima la stanza degli specchi,
(foto fatta da me)

(foto fatta da me)













la presa in giro di Picasso (notarne i simboli sessuali e quel punto esclamativo in alto in alto),
(foto fatta da me)
la scultura della donnina che corre (una linea unica di un paio di tette, di un culone e di un ciuffo di capelli a forma di pennello).
(foto fatta da me)

Tenerissimo il paesaggio: nuvole e cielo di pois e pennellate di mare!
Ma e i riferimenti alla Cina? Con quegli omini piccolini, come nascosti?


Beh, insomma… Che tipo questo Roy. Viene proprio voglia di capirlo, seguirlo e conoscerne la genialità.

Che dire ancora? Forse che l’arte, se e quando la capisci, appassiona e arricchisce. Oltre a essere “per sempre”.

Grazie di cuore, Roy.
Barbara's watching
Pagina da visitare:
http://www.lichtensteinfoundation.org


venerdì 26 aprile 2013

UN COLORE NEL BIANCO E NERO



A Milano non c’è più la nebbia. Davvero. Quella coltre grigio bianca che fa sparire tutto. No, non c’è più.
Eppure l’altra mattina mi è sembrato di vederla. C’era il sole, è vero. Ma opaco. E anche qualche nuvola. Opaca pure lei. E nonostante questo però c’era aria di nebbia. Una giornata strana, con una Milano al rallenty. Con le macchine che andavano più lente, come i passanti. Un ritmo apatico, come se tutto si stesse fermando.
Qualcuno aveva anche tolto i colori. Non li vedevo più. E quel caldo freddo, pesante. Appiccicoso…
“E’ ora!” e scendiamo.
Un viaggio breve senza vedere niente e osservando tutto.
“Guarda quanta gente, quanti ragazzi! Sì, quella è casa loro”.
Saliamo.
Tanti baci e tante carezze. Abbracci dolci. Parole ed emozioni. Sospese per aria. Gente che arriva, che se ne va. Fiori, tanti fiori. Anche loro grigi, purtroppo.
Un giornale è piegato su un divano. La pagina è sgualcita, letta e riletta. Parla dell’incidente. Passa di mano in mano. Di sguardo in sguardo. Da lacrima a lacrima.
Qualche sorriso, perchè ci si vuole bene.
Poi succede! In quell’atmosfera scolorita, come indebolita, appare l’unico colore. Ha quattro zampe ed è tutta d’oro. Risplende. Non sta ferma un istante. Annusa e saluta tutti. Sale e scende le scale.
Nina…
Ogni tanto si ferma davanti a qualcuno e appoggia la zampa sulla gamba. Come a volerlo bloccare e dirgli qualcosa.
“Sono qui!”
Sono qui… Sono qui… 
Perché lei sa. Lei c’era. Lei ha visto tutto. Lei e lui erano insieme e poi il botto. E poi la fuga, da sola nel terrore.
Ce l’ha fatta a tornare ed eccola qui ora. Qualcosa è cambiato in lei. Probabilmente per sempre. Eccola qui, depositaria degli ultimi atti di vita. Che la riempiono di colore. Che la rendono responsabile di una continuità. Protagonista del tentativo di non fermare un cuore che continua a battere imperterrito e a cui poco importa delle convenzioni. Vuole esistere a prescindere, perbacco!

Usciamo. Salutiamo tutti. Nina ci osserva e sembra sorridere. Lei, unico colore splendente d’oro in un mondo ancora opaco, un mondo ancora così… Lei, che forse non è più sola.

sabato 13 aprile 2013

FRATELLO SOLE


Fratello Sole, I love you.


Dalla mattina le nuvole grigie riempiono il cielo e la stanza.
Ti alzi, guardi fuori dalla finestra e la richiudi.
Inizi la routine di ogni giorno.
Fai questo e fai quello. Automaticamente.
Ma pure quell’altro e quell’uno. In fretta e anche lentamente.
Non ti accorgi che il tempo passa. Plumbeo, è senza colore.





Ed è già pomeriggio.
Beh… Poi ti siedi sul divano. Sei un po’ pensierosa. Accendi il fuoco. Calore… E colore… E rumore…





Apri il libro e leggi un pochino. Poi alzi la testa e fissi un punto.

E arriva un raggio di sole.
Dalla finestra.
Ti inonda tutta.
Ma come? Che succede?

Ti svegli…
Tutto si illumina. I colori riemergono. Strillanti di luce si sciolgono nell’impetuoso riverbero di quel raggio che nulla può fermare.
Fin vacui, uccisi dalla prepotenza luminosa.
E d’improvviso sorridi. E ti accorgi che è la prima volta quel giorno.
Te ne accorgi, perchè senti che qualcosa dentro di te si smuove.
Quella tristezza che non pensavi di avere, quella cupezza svanisce.

Chè è tutto qui?
Chè forse basta un raggio di sole?

Ah, la pochezza della vita, che rivela la sua misteriosa meraviglia.


martedì 4 dicembre 2012

ROBA DI AMILCARE - Vai in una trattoria e...


Perché può anche essere così.
Vivi una vita in mezzo al benessere (-esperienza personale, ovviamente-).

Viaggi, case in montagna, cenette in ristoranti bellissimi di tutti i tipi: moderni, alternativi, eleganti, originali.
E stai bene. Ridi, vivi, scherzi, giochi, stai ore al telefono con la tua amica.

Poi arriva questo lui.
Che ti porta in una via di Milano; una strada che ormai è una Casba. Sembra di essere in Arabia.
Sono tutti scuri. Ma tutti!
E ti porta in un ristorante, che spicca fra un’infilata di Kebab e negozi di cineserie. Ma spicca proprio. Un atollo in mezzo al mare.
Una trattoria milanese tipica tipica.
Dove entri e tutto cambia.
Sparisce la Milano Araba.

Vedi subito tavolini con quella classica tovaglia a quadretti. E il bancone del bar di alluminio. Dove c’è credo sempre uno che sbevazza il suo bicer de vin.
E il resto alla tua destra è tutto apparecchiato. Ma non è il semplice fasullo. E’ il semplice, perché è semplice. Non studiato. Perché forse “si fa così”.
Non ci sono le tovagliette di carta da macellaio. Perché il poco raffinato deve fare chic.
E’ così e basta.
E c’è anche un dietro. Un’altra stanza. Uguale a quella davanti.
E’ la Trattoria Amilcare. E Amilcare è seduto in uno dei tavolini.
Poi c’è una lei che ci sa fare coi clienti, un lui che cucina e un lui al già citato bancone.
Che logicamente è tutta una famiglia.
I kebabiani, quelli là fuori, qui non entrano.
Vedi solo italiani. Che è bello ogni tanto stare tra di noi. (Nessun razzismo che sia chiaro!)
E mangi la cotoletta alla milanese, il bollito, le verdurine fresche, la pasta al pomodoro, le patate bollite col prezzemolo. I pomodori con la cipolla.

“Sai Anna, una volta di ristoranti così ce n’erano a ogni angolo”
- Ops, Per me è la prima volta – Almeno: a Milano – Almeno: da tempo.  -
“La bellezza di questo posto sta proprio nello spiccare in mezzo al cambiamento di una città, piena di stranieri (in questo caso) o di ristoranti alla moda. Sta nell’essere rimasto rappresentante di un ricordo.
In quel ricordo dove c’era spontaneità.
Sai, vorrei portarci anche il mio amico Pinco Pallo e Bingo e Bango. Questo posto è istruttivo. Ti fa capire che… Ti fa capire che…”
Insomma ti fa capire quello che c’è da capire.
Non è per tutti. Non credo che tutti possano comprenderlo. E’ per quelli che ne “hanno bisogno”.
E io, dopo anni di scarpe lucide, di abiti modaioli, di discorsi leggeri, di parrucchieri di grido e di lustrini e lustretti, rimango basita. Affascinata. Questa ricerca estenuante del “vero” di questo lui, mi rilassa. E’ la ricerca, la scelta che mi piace. Non l’obbligo, non perché il diversamente non si può fare.
E’ come se fossi uscita da un film. Dove non ho più bisogno di recitare. Dove posso essere me stessa.

Ah, e altro piccolo particolare: in tre qui la spesa è 29 euro. Ma non a testa. In totale.
30 con la mancia.

Amilcare. La trattoria…

sabato 28 luglio 2012

ALLA FERMATA DEL TRENO


Buongiorno Concita Bangbang!
Ti vedo. Ti immagino.
Oggi sei in una di quelle stazioni impolverate dei film western. Quelle in mezzo al niente, dove passa un treno al giorno.
Sei bella ed elegante, anche nel tuo pantalone sdrucito e nella maglietta sudata. E' bianca e anche se un po' vissuta, fa intuire che è nuova e che era stata stirata bene. La pelle del tuo viso è navigata, rugosetta, ma brillante, viva. Sei abbronzata e questo fa risaltare i tuoi denti bianchi.
Sei una donna sana.
Al collo risplende il tuo ciondolino, quello della mamma. Unico gioiello sopra di te.
Ti dà quel tocco di tradizione, di persona con un certo stile.


Osservi il trascorrere del tempo. Sei seduta su una panchina da un po', le mani appoggiate sul grembo e il tuo immancabile sorriso. Discreto e rilassato.
Spesso te ne vai lì. Ti piace fare la spettatrice, osservare l'agitazione degli altri.
Il momento clou è quando arriva il treno. Sempre scendono bambini saltellanti. Si rincorrono. Si fanno dispetti complici.

Menti vergini, che devono ancora imparare la vita. Spesso inciampano maldestri e cercano la mamma, il papà. I genitori che ci sono. E che sono presenti per quel che possono. Un po' stanchi, indaffarati. Coscienti. Consapevoli del loro ruolo.
Hanno valigie, carrozzine, marsupi. Il libro che parla di ecologia. Hanno abiti in sintonia con l'ecosistema. Si sono documentati e sono coerenti. Forse sono anche vegetariani. Poveretti: un gran da fare per far parte di questa vita.
Perché si illudono che si debba far così e cosà. Perché si realizzano se decidono di essere in un modo o nell'altro.
Ma anche per loro il tempo passa. Inesorabile. Cadenzato. Tic, tac. Tic, tac.
Concita li guardi e non capisci. Ma che arroganza, che ottusità. "Io sono migliore" sembra vogliano urlare. E palesano le loro scelte il più possibile.

Scuoti la testa. Purtroppo anche loro arriveranno a quella panchina nella stazione.
Perché ci arrivano tutti.
Anche i vegetariani.
Che festa quando arriva il treno. Tutta la stazione si vivacizza.
Si riempie di persone che si danno da fare. Che seguono tracce preimpostate, preordinate. E c'è un via vai di coscienze che vogliono e desiderano e devono e dovrebbero.
Per poi sparire nei loro impegni e lasciare di nuovo il proscenio al silenzio.







Allora vince il sole che batte implacabile e rende l'atmosfera surreale.
Con i grilli che cantano forte forte.
















Concita si alza e va verso casa.
Tranquilla.
Ha tante cose da fare. Tante? Hahahahaha. Tantissime.
E quindi forse farà un po' di giardinaggio. Ma forse.
Forse leggerà un libro. Ma forse...
Ma forse...